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FARE L'insegnante n.10/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale di  Luciano Lelli, Direttore editoriale

Problematica del bullismo a scuolae iniziative ordinamentali del Governo

In questo numero della Rivista, ultimo della seconda annata di pubblicazione, i fari investigativi sono in prevalenza appuntati sul fenomeno del bullismo, da non poco tempo riscontrabile anche all’interno degli istituti scolastici, in modalità di manifestazione con frequenza nettamente patologiche. Ormai la natura generica del fenomeno è presso che da tutti conosciuta: intendendo però fornire un contributo all’attenuazione della sua incidenza, è pertinente - come del resto nella messa a fuoco di qualsiasi problematica - prendere le mosse da una definizione circostanziata e orientativa dello stesso.

Si sono concluse le tre giornate della prova preselettiva del concorso DSGA, che hanno visto una scarsa partecipazione degli iscritti (tra il 33 e il 50%). Le ragion di tale bassa affluenza sembra siano imputabili alla difficoltà delle prove e alla vastità dei programmi.

I candidati che hanno affrontato la preselezione hanno conosciuto il punteggio della propria prova al termine della stessa e hanno conosciuto anche il punteggio di chi ha effettuato la prova nello stesso giorno e nella stessa aula. 

Al momento, non si conosce ancora il punteggio minimo di ammissione, in quanto esso dipende anche dal numero di partecipanti alla prova.

Questa prima fase del concorso sarà superato da un numero di candidati pari a tre volte quello dei posti messi a disposizione su base regionale, quindi in alcune regioni potrebbe bastare anche un voto basso, mentre in altre potrebbe essere necessario un voto più alto.

 

 

Il MIUR ha pubblicato l’approfondimento statistico relativo agli studenti con Disturbi Specifici dell’Apprendimento nelle scuole statali, paritarie e non paritarie. I dati si riferiscono all’anno scolastico 2017/2018.

Il numero di alunni con DSA sul totale dei frequentanti è costantemente cresciuto ed è passato dallo 0,7% del 2010/2011 al 3,2% del 2017/2018.

Le certificazioni relative alla dislessia sono salite da circa 94 mila a 177 mila, segnando un tasso di crescita dell’88,7%; le certificazioni di disgrafia sono passate da 30 mila a 79 mila, con una crescita del 163,4%. Anche il numero di alunni con disortografia certificata è aumentato notevolmente, passando da circa 37 mila a 92 mila (+149,3%; gli alunni con discalculia sono aumentati da 33 mila a poco meno di 87 mila (+160,5%).

In totale, nel 2017/2018, gli alunni con DSA frequentanti le scuole italiane di ogni ordine e grado sono stati276.109, pari al 3,2% del totale. Nella Primaria la percentuale si è attestata intorno al2%, per la Secondaria di I grado al5,6%e per la Secondaria di II grado al4,7%. Nella Scuola dell’infanzia, appena lo 0,12%.

Mediamente, la percentuale di studenti con DSA è stata pari al 3,3% del totale degli alunni della scuola a gestione statale e al 2,3% nella scuola a gestione non statale (3,2% in media su tutte le scuole). Con specifico riferimento alla scuola paritaria, la percentuale degli alunni con DSA è stata pari al 2,1% del totale.

Le certificazioni di DSA sono state rilasciate in misura maggiore nelle Regioni delNord-Ovest, in cui la percentuale sul totale dei frequentanti è stata pari al 4,8%. Percentuale elevata anche nelle Regioni delCentro (3,9%) e del Nord-Est (3,6%). Percentuale nettamente inferiore nel Sud (1,6%).

Tra le singole Regioni, i valori più elevati sono stati riportati da Valle d’Aosta e Liguria, entrambe con il 5,1% di alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento sul totale di alunni frequentanti; in Piemonte con il 4,8% e in Lombardia con il 4,7%. Le percentuali più contenute sono state presenti in Calabria (0,8%), Campania (1%) e Sicilia (1,3%).

La pubblicazione: I principali dati relativi agli alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) - Anno Scolastico 2017/2018

Mentre si avvia a conclusione anche l’ultima fase della prova orale, si fanno sempre più insistenti le voci di un possibile annullamento del concorso per dirigenti scolastici. I ricorsi sono stati innumerevoli e si è in attesa del 2 luglio, quando il Tar del Lazio deciderà con sentenza se annullare o meno le prove scritte, con la conseguenza di richiamare gli oltre novemila candidati a ripetere l’esame. AA dare corpo ai ricorsi anche l’inchiesta del settimanale l’Espresso, che ha documentato e denunciato più anomalie, quali: dono dell’ubiquità per i membri delle commissioni, fughe di notizie, software impazziti, schede di valutazione create prime della correzione delle prove scritte.

Cosa succederà in tal caso? Cosa faranno i candidati che saranno risultati idonei? Inevitabile la stura ad altre migliaia di ricorsi.

Tutte le Regioni hanno approvato i calendari per il prossimo a.s. 2019/2020.

I primi a rientrare a scuola saranno gli studenti della Provincia Autonoma di Bolzano, sui banchi il 5 settembre, quindi gli studenti del Piemonte, il 9 settembre. Per ultimi, gli studenti della Puglia inizieranno il 18 settembre.

Inizio 5 settembre: Provincia Autonoma di Bolzano.

Inizio 9 settembre: Piemonte.

Inizio 11 settembre:Basilicata, Campania, Umbria,Veneto.

Inizio 12 settembre: Friuli Venezia Giulia,Lombardia, Sicilia, Valle d'Aosta.

Inizio 15 settembre: Alto-Adige.

Inizio 16 settembre: Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna,Lazio,Liguria, Marche, Molise, Sardegna,Toscana.

Inizio 18 settembre: Puglia.

Un segnante in pensione, nominato presidente di commissione alla maturità in due classi di un liceo di Pavia, è stato rimosso dall’incarico su segnalazione del preside del Liceo perché autore di numerosi tweet razzisti apparsi sui social.

Intervenendo sull’argomento, il Ministro Bussetti ha stigmatizzato l’episodio: “Ho appreso dalla stampa di dichiarazioni intollerabili da parte di un insegnante in pensione di Pavia, gravissime e inconciliabili con l’incarico di presidente di commissione alla maturità. Per questo, l’ufficio territoriale del Ministero, dopo gli opportuni accertamenti, ha già provveduto a sostituirlo, nominando un nuovo presidente di commissione”.

DIRIGERE LA SCUOLA n. 6/2019

Sospendere l’insegnante, un atto illegittimo e pericoloso

Editoriale di Vittorio Venuti

Il  caso dell’insegnante sospesa per due settimane dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Palermo per non aver “vigilato”sul lavoro dei suoi studenti quattordicenni, a loro volta colpevoli di aver accostato la promulgazione delle leggi razziali del 1938 ai provvedimenti del decreto Sicurezza a firma del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in un PowerPoint prodotto in occasione della Giornata della Memoria dello scorso 27 gennaio, si è immediatamente rivelato come un boomerang per l’Amministrazione. È apparsa inevitabile la mobilitazione solidale, in favore della docente sanzionata, della gran parte dei docenti in tutto il territorio nazionale, che hanno intercettato una palese violazione di diritti costituzionalmente garantiti e un accanimento fuori misura e fuori luogo contro la collega.

Con il decreto Sblocca cantieri, approvato nelle Commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Senato e prossimo al passaggio alle Camere, arriva anche l’obbligo ad installare le telecamere in tutte le aule delle scuole dell’infanzia e in tutte le strutture di assistenza e cura di anziani e disabili. La proposta, portata avanti da Lega, M5S, Pd e Forza Italia, assegna al Ministero dell’Interno una dotazione di 5 milioni per il 2019 e 15 milioni per ciascuno degli anni dal 2020 al 2024 per installare in ogni aula di ogni scuola per l’infanzia di sistemi di videosorveglianza e apparecchiature finalizzate alla conservazione delle immagini. Altrettanti ne vengono stanziati per attrezzare degli stessi strumenti le strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità, a carattere residenziale, semiresidenziale o diurno.

Per FLC CGIL la proposta di installare le telecamere nelle scuole dell’infanzia e nei luoghi di cura, impropriamente collocata nel decreto “Sblocca cantieri” sulle opere pubbliche e approvata ieri in Commissione al Senato, è una risposta sbagliata a un problema mal posto: “La necessità di prevenire episodi di maltrattamenti come quelli di cui spesso è stata data notizia negli ultimi tempi, con un riscontro mediatico peraltro enorme rispetto all’esiguità dei casi, è una priorità e un dovere della comunità degli adulti e del legislatore. Il benessere, la cura e l’accoglienza dei bambini e delle bambine, devono essere garantiti a maggior ragione quando si parla dei luoghi della formazione e dell’educazione, dove risulta inammissibile e ingiustificabile qualsiasi forma di prevaricazione, fisica o psicologica.”

Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via preliminare, un importante provvedimento che cambia radicalmente l’approccio alla disabilità con l’intento di porre sempre di più al centro lo studentee le sue necessità. in ambito scolastico. Con l’approvazione delle nuove norme, sussidi, strumenti, metodologie di studio più opportune, saranno decisi, non in modo ‘standard’, in relazione al tipo di disabilità, ma con un Piano didattico individualizzato.

L’intera comunità scolastica sarà coinvolta nei processi di inclusione. Viene rivista la composizione delle commissioni mediche per l’accertamento della condizione di disabilità ai fini dell’inclusione scolastica: saranno sempre presenti, oltre a un medico legale che presiede la Commissione, un medico specialista in pediatria o neuropsichiatria e un medico specializzato nella patologia dell’alunno. Un cambio di passo che punta ad assicurare la presenza di uno specialista nella patologia dell’alunno. 
Anche i genitori e, dove possibile, nel caso di maggiorenni, gli stessi alunni con disabilità, potranno partecipare al processo di attribuzione delle misure di sostegno, per superare l’attuale impostazione che prevede una meccanica associazione tra la certificazione data ai sensi della legge 104 e il supporto offerto all’alunno.

Nascono i Gruppi per l’Inclusione Territoriale (GIT), formati su base provinciale, ovvero nuclei di docenti esperti che supporteranno le scuole nella redazione del Piano Educativo Individualizzato (PEI) e nell’uso dei sostegni previsti nel Piano per l’Inclusione. I GIT avranno anche il compito di verificare la congruità della richiesta complessiva dei posti di sostegno che il dirigente scolastico invierà all’Ufficio Scolastico Regionale.

A livello scolastico opererà, invece, il Gruppo di lavoro operativo per l’inclusione, composto dal team dei docenti contitolari o dal consiglio di classe, con la partecipazione dei genitori dell’alunno con disabilità, delle figure professionali specifiche, interne ed esterne all’istituzione scolastica che interagiscono con l’alunno stesso, nonché con il supporto dell’unità di valutazione multidisciplinare e con un rappresentante designato dall’Ente Locale. Il Gruppo di lavoro operativo per l’inclusione avrà il compito di redigere il Piano Educativo Individualizzato, compresa la proposta di quantificazione di ore di sostegno e delle altre misure di sostegno, tenuto conto del profilo di funzionamento dell’alunno.

Alla fine, dopo annunci e contro annunci, non si comprende bene quale piega abbia preso la vicenda della professoressa di Palermo sospesa per non aver “vigilato” accortamente sull’operato dei propri studenti quattordicenni, rei di aver accostato, in una ricerca, la promulgazione delle leggi razziali emanate nel 1938 ai provvedimenti del “Decreto Sicurezza” a firma del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Conseguenza del malaccorto comportamento dell’insegnante: sospensione per due settimane dal servizio con stipendio dimezzato, a firma del Direttore Scolastico Provinciale. Altra conseguenza, l’immediata massiccia mobilitazione solidale di gran parte dei docenti in tutto il territorio nazionale, che hanno intercettato una palese violazione di diritti costituzionalmente garantiti e un accanimento fuori misura e fuori luogo contro la collega.

Adesso, in occasione delle Manifestazioni per il XXVII anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, il Ministro dell’Istruzione, Bussetti, e il Ministro dell’Interno, Salvini, hanno incontrato la prof.ssa sanzionata per un colloquio chiarificatore.

Si sono succeduti tre annunci. Uno di Salvini, che ha preconizzato la revisione del “provvedimento punitivo” e l’immediato ritorno della professoressa “in classe e con lo stipendio” evidenziando di aver assunto l’impegno “ad incontrare gli studenti in aula magna all’apertura del nuovo anno scolastico per parlare anche di sicurezza”.

L’altro annuncio del Ministro Bussetti, che ha informato di come l’azione intrapresa dal Miur non possa rappresentare una smentita di quanto deciso dal provveditore di Palermo, “perché rientra tutto in quelle che sono le regole previste dalle nostre norme”, ma che “i tecnici hanno già individuato e trovato la soluzione per il provvedimento preso nei confronti della professoressa”, di cui, ha detto, sapremo presto informati.

Il terzo annuncio è quello della stessa interessata: “Tornerò a scuola il 27 maggio come previsto, il ministro Bussetti purtroppo ha chiarito anche questo aspetto: non ha potere sulle decisioni prese dal provveditore e c’è un iter che deve essere rispettato. Si sta lavorando ad una soluzione che sia conciliante”.

Commento? Suona strano che un provvedimento ritenuto palesemente ingiusto non possa essere revocato o modificato anche invocando il “re meliusperpensa”, ovvero del “esaminata meglio la questione”, come ha saggiamente ricordato anche il Presidente dell’ANP, Antonello Giannelli, al quale va anche il merito di aver sottolineato come nessun dirigente scolastico avrebbe mai emanato un provvedimento del genere.

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale di  Luciano Lelli, Direttore Editoriale

La funzione educativa della famiglia e della scuola: uno sguardo alla storia e all’attualità

FARE L’INSEGNANTEaffronta in questo numero una tematica essenziale riguardo al funzionamento della scuola, quella del suo rapporto con la famiglia; ispezionata in una triplice ottica: le tipologie della comunicazione, come nella tradizione sono lungamente state, come attualmente in linea generale si svolgono e come in vista della maturazione personale e del successo formativo delle giovani generazioni dovrebbero esplicarsi; le forme della corresponsabilità etica che entrambe le istituzioni è adeguato esercitino, al servizio educativo di bambini e ragazzi; le modalità della cooperazione che famiglia e scuola è necessario mettano in atto, sempre per favorire al massimo il«bene-essere» umano e culturale delle persone in fase di costituzione integrale del loro “sé”. Trattasi, dunque, di approccio intenzionalmente triplice che sfocia nel proposito di comprendere sinergicamente come il rapporto tra scuola e famiglia in potenza e in atto si articola e di fornire agli operatori scolastici qualche spunto per rendere il rapporto più dinamico e produttivo.

All’esordio della ricognizione è funzionale rappresentare una convinzione molto diffusa: sia la scuola che la famiglia soffrono per l’aggressione contro e in esse di patologie varie, designate nei discorsi valutativi in argomento con la categorizzazione apprezzativa crisi. In tale stato la scuola si arrabatterebbe da decenni e forse da sempre nella sua natura di“apparato ideologico” dello Stato. Lungamente dal suo canto la famiglia è stata percepita quale fondamento solido della società: man mano però essa avrebbe oscurato i suoi connotati di pregevole connotazione, caricandosi di disagi, inadeguatezze e negatività. Non mi prefiggo d’addentrarmi nelle accennate questioni di coloritura sociologica: mi limito qui a constatare che, rispetto a tempi non troppo regrediti nel passato, sia l’una che l’altra istituzione sono notevolmente cambiate, nel loro essere ontologico e nelle concrete manifestazioni di sé, non sempre e non necessariamente transitando dal meglio al peggio, anzi, anche presentando innovazioni comportamentali decisamente rilevanti per pregevolezza. Conseguentemente è mutata pure la relazione funzionale tra scuola e famiglia, la quale non è costituita solo dai fenomeni sui quali i mezzi di comunicazione di massa voluttuosamente si diffondono sul piano informativo, di aggressione anche fisica di esponenti familiari a docenti e dirigenti, ma anche da intrecci apprezzabili assai variegati.

In questa sorta di introduzione generale alla problematica, mi attengo tatticamente alla accennata tipologia triplice di esplicazione del rapporto tra famiglia e scuola. Avvio, quindi, la rapida osservazione dicendo innanzi tutto della comunicazione.

Lungamente in passato tra l’istituzione naturale (famiglia) e quella culturale (scuola) non si è data sostanzialmente effettiva comunicazione. La scuola operava sulla base dei suoi criteri pedagogici costitutivi (notevolmente persistenti nei suoi assunti fondativi) e manifestava un cospicuo disinteresse per le esperienze esistenziali extrascolastiche dei soggetti affidati alle sue cure educative. La famiglia era destinataria di periodiche informazioni sugli apprendimenti e sul comportamento dell’allievo di sua pertinenza, in colloqui ai quali un suo esponente si recava in spirito di sudditanza, incline a solidarizzare con gli insegnanti soprattutto se il giudizio ricevuto dagli stessi in merito allo specifico allievo non era apprezzativo, anche con assicurazione di duri interventi repressivi.

Sia per emersi convincimenti nella ricerca pedagogica e nelle prassi sull’importanza formativa dell’extra scuola nella configurazione degli apprendimenti e del comportamento scolastici, sia per rilevanti innovazioni normative introdotte (in particolare il DPR 416/1974 sulla compartecipazione anche dei genitori degli alunni alla gestione della scuola), sia per la rivoluzione tecnologica che sta facilitando al massimo le opportunità di comunicazione (con strumenti potenti ed economici quali i telefoni cellulari, la posta elettronica, dispositivi telematici quali WhatsApp) la comunicazione tra famiglia e scuola è stata ed è tuttora destinataria di cambiamenti estesi e profondi.

Personalmente inclino a ritenere che gli apporti dei mutamenti menzionati abbiano connotazione prevalentemente positiva, anche se non sono rare le espressioni di disagio e le manifestazioni di insofferenza di insegnanti oberati da eccesso di intrusione delle famiglie nella gestione dei processi formativi di loro stretta pertinenza e certamente censurabili le sovrapposizioni violente di familiari (casi clamorosi ma quantitativamente minimali) dissenzienti riguardo posizioni, scelte e valutazioni assunte dalle scuole.

Comunque, le emersioni di patologie relazionali rafforzano la convinzione che è adesso urgente la rivitalizzazione del Patto di corresponsabilità, con precisa puntualizzazione, anche per quanto concerne le tipologie della comunicazione, di ciò che attiene alla scuola e di quello che la famiglia può e anche deve fare. Se, infatti, le due istituzioni si sovrappongono o arrivano a invadere il territorio operativo di ciascuna peculiare, l’effetto non può non essere che confusione, incapacità di ascolto e comprensione, degrado della parola in chiacchiera.

Passo ora a una delineazione, sempre sommaria e introduttiva, della seconda valenza funzionale inerente al rapporto tra famiglia e scuola e concernente gli ambiti di responsabilità peculiari dell’una e dell’altra. È vexata quaestio se nella formazione delle giovani generazioni il primato, cioè a dire nel discorso qui intrapreso la responsabilità primaria, sia da riconoscere alla famiglia o alla scuola. Attualmente è condivisa, e con tutta probabilità concettualmente e operativamente efficace e produttiva, l’idea di un sostanziale equilibrio: essenziale è la funzione della famiglia per quanto concerne l’educazione complessiva, il progetto di vita, le scelte etiche ed esistenziali. D’altro canto di pari rilievo è il ruolo della scuola nella gestione dell’istruzione degli allievi affidati alle sue cure, soprattutto per quanto concerne contenuti, obiettivi, perseguimento delle competenze, metodi e opzioni didattiche. Ovviamente non sostengo qui che la famiglia non debba mettere bocca in argomento, come succedeva in epoche trascorse, probabilmente in situazioni meno stressanti e problematiche per i docenti: però, la scuola non deve essere troppo assillata dalle pretese e dai rilievi critici della famiglia, la quale in modalità adeguata esercita il proprio impegno educativo fidandosi dell’attitudine professionale, della capacità tecnica, della disponibilità all’attenzione e alla cura, della propensione alla continua qualificazione della propria azione delle comunità di docenti che in ogni scuola co-agiscono.

Consegue, per implicazione etica, che, anche al fine di prevenire l’insorgenza di conflitti nocivi per tutti (allievi, scuole, famiglie), le singole scuole e il sistema scolastico nazionale complessivo intensamente debbono operare per mantenere e anzi implementare la propria adeguatezza professionale, in termini di cultura, specializzazione metodologica e didattica, apertura alle esigenze formative delle persone affidate alle loro cure, ottemperanza al diritto dei giovani di fruire di prestazioni di insegnamento sempre di decorosa consistenza ed anzi tendenzialmente ottimali.

Non è certamente agevole una adeguazione all’impegno in fugaci termini descritto senza ombre pertinente: anche per il fastidioso motivo che, ormai da qualche decennio e come non avveniva con pari insistenza in passato, implacabilmente e senza sostanziali cambiamenti di orientamento, sulla scuola si riversano gli strali critici di una molteplicità di opinion makers, secondo i quali sempre la scuola è in crisi, si arrabatta convulsamente in un groviglio di problemi che non riesce ad affrontare e tanto meno a risolvere, non è più capace di esercitare con perspicua professionalità la propria funzione istituzionale e fornisce, perciò, agli utenti un servizio di scarsa apprezzabilità.

Ecco, anche a contrasto di siffatta tenacissima opinione negativa e pure denigratoria, famiglia e scuola dovrebbero con più stretti vincoli allearsi nell’allusa rigenerazione delPatto di corresponsabilità, appunto per evidenziare, anche con la vivezza e l’efficacia della loro connessione funzionale che, pur nella consapevolezza della difficoltà degli impegni ai quali far fronte, la capacità di educazione e istruzione di entrambe le componenti non è così deficitaria come gli orientatori delle opinioni collettive vorrebbero far credere.

Dicoda questo punto della terza specificità in cui in questo numero di FARE L’INSEGNANTE è stata articolata l’indagine sulle relazioni funzionali tra famiglia e scuola, la cooperazione. Ribadisco che le tre prospettive d’approccio sono sinergiche: nel senso che una pertinente gestione della comunicazione agevola la consapevolezza e le pratiche efficaci della corresponsabilità, la quale è auspicabile che produca forme innovative e autenticamente formative di cooperazione. È questo per molti versi l’aspetto più delicato e problematico: per la ragione che - come ho en passant sopra annotato - incombe il rischio della sovrapposizione, della confusione dei ruoli pertinenti di ciascuna delle due istituzioni sul rapporto tra le quali qui rifletto.

Ciò ulteriormente evidenziato, nulla esclude, anzi tutto auspica che famiglia e scuola operino d’intesa, anche nella pratica delle attività e delle esperienze didattiche. Mi diffondo un poco in siffatta scansione dell’indagine.

La ricerca pedagogica da ormai lungo tempo sostiene che l’extrascuola costituisce per scolari e studenti ambiente di apprendimento, anzi, pluralità di ambienti di apprendimento, classificabili, secondo una nota categorizzazione degli stessi, quali non formali e informali. In essi, certamente dal punto di vista quantitativo, si svolge la maggior parte delle esperienze esistenziali e in senso lato educative di bambini e ragazzi. Acquisita esplicita consapevolezza di ciò, la scuola è uscita dai suoi tradizionali confini topografici (edificio complessivo, aule e immediate pertinenze) inducendo gli allievi ad esplorare il proprio ambiente di vita con i suoi strumenti interpretativi, nell’ottica di una forte risalto formativo di tali esperienze.

Essa però, per contingenze facilmente intuibili, può riservare a tale estensione soltanto una quota parziale del suo impegno e del suo tempo di attività. Ad adeguata implementazione, è altamente positivo che intervenga la famiglia, con viaggi, visite a musei, pinacoteche e altre opportunità culturali, anche con qualificazione in declinazione educativa delle singole e quotidiane esperienze esistenziali che bambini e ragazzi compiono. A ulteriore valorizzazione di siffatte caratterizzazioni dell’extrascuola, è pertinente che la scuola costantemente intervenga, trattandole come «saperi caldi», integrativi dei «saperi freddi», mediati dalle discipline, che sono il suo tradizionale campo di attività. In siffatta esplicazione ideale della cooperazione, dunque, accade che la famiglia costruisce ed amplia le esperienze esistenziali di bambini e ragazzi e la scuola ne fa oggetto di riflessione critica, di approfondimento e sistematizzazione cognitivi, così traducendole in occasioni fondative della maturazione culturale che ciascun allievo è indispensabile persegua.

La cooperazione tra famiglia e scuola è resa nei tempi correnti indispensabile e primaria, per l’avvento in scena sempre più imponente delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Tale presenza di grande rilevanza formativa, come diffusamente si sa, implica la disponibilità a scuola di svariati dispositivi informatici e telematici, che, per motivi di natura finanziaria, essa non può sempre acquisire per tutti gli allievi. Promana da tale circostanza la assai pubblicizzata metodologia BYOD (bringyourowndevice -porta il tuo dispositivo personale), consistente appunto nella richiesta che le famiglie dotino gli allievi delle attrezzature elettroniche funzionali all’implementazione della didattica.

In larga misura derivazione della ancora in corso rivoluzione digitale si può considerare una metodologia di sempre più ampia diffusione a livello internazionale, la cosiddetta Flippedclassroom (argomento in questo numero della rivista di una specifica presentazione ad opera dello scrivente). Senza particolare insistenza, qui, nell’esplicitazione dei tratti costitutivi di detta metodologia didattica, evidenzio comunque che essa muta profondamente la relazione cooperativa tra famiglia e scuola. Nella tradizione, infatti, la famiglia in merito allo svolgimento domestico dei cosiddetti compiti aveva (in realtà tuttora ha) una mera funzione sussidiaria, di stimolazione e controllo, in non pochi casi di intervento diretto nello svolgimento delle consegne addossate agli alunni.

Nell’ambito della gestione integrale o parziale della Flippedclassroom, la funzione cooperativa della famiglia muta notevolmente: non più tenuta a mera vigilanza o inappropriato intervento sostitutivo bensì sollecitata appunto a cooperare: nella messa a disposizione delle indispensabili attrezzature elettroniche, nella acquisizione primaria da parte di bambini e ragazzi delle nozioni e delle informazioni che la scuola, mutata anche grazie a tale riqualificazione della ruolo della famiglia la propria tipologia di azione formativa, procede sinergicamente a precisare, approfondire, collegare, tradurre in conoscenze e competenze solide e non volatili nel patrimonio conoscitivo degli allievi. X

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