Davvero ininfluente sull’apprendimento il numero di alunni per classe?
Editoriale a cura di Vittorio Venuti
Tra le ultime novità che si sono intrecciate intorno agli interventi legislativi che hanno impegnato il Ministero dell’Istruzione e del Merito (le nuove Indicazioni Nazionali per infanzia e primaria, modifica dell’esame di maturità a partire da quelli del 2026, l’Educazione all’affettività e alla sessualità), si è posta, in buona evidenza la questione del numero di alunni per classe dal quale dipenderebbero anche l’apprendimento degli studenti e, persino, il rischio di burn out per i docenti.
In merito al rapporto alunni per classe e qualità dell’apprendimento, lo stesso ministro Valditara ha acceso la miccia con una sua esternazione durante il Forum Welfare Italia organizzato da The European House Ambrosetti. Riferendosi, in particolare, ad un recente studio dell’Invalsi sulle classi numerose, sembrerebbe che queste non causerebbero necessariamente risultati di apprendimento peggiori; peraltro, in alcune circostanze le classi più piccole potrebbero fare riscontrare un rendimento inferiore rispetto a quelle più grandi. Da ciò, sembra lecito affermare che “Il numero degli alunni per classe non fa la differenza” sugli apprendimenti degli stessi allievi. Sinteticamente, a detta del ministro “studi dell’Invalsi ci confermano che quando il rapporto docenti-studenti è troppo basso il rendimento non migliora, anzi peggiora.
Non ci si sofferma sul fatto che il “rendimento” non è necessariamente legato al numero di alunni iscritti in classe, ma alla loro provenienza socio-economica, come anche al contesto territoriale di pertinenza. In tali ed altri casi, le classi possono essere formate da un numero ridotto di iscritti e gli apprendimenti potrebbero essere segnati dall’ambiente più che non dall’organizzazione scolastica. Per la verità, occorre riconoscere, come evidenziato dal ministro, che il suo dicastero ha assegnato più docenti alla scuola per dare più attenzione e potenziamento ai singoli e per garantire percorsi personalizzati di recupero.
Bisogno di chiarezza vorrebbe che si desse rilievo ad una certa questione: gli alunni, bambini o ragazzi che siano, non sono più quelli di una volta, quando per classe stazionavano anche più di 30 – 35 alunni, l’insegnante era un’autorità, i genitori non erano i sindacalisti dei propri figli, nelle classi non c’era l’affollamento di bambini e ragazzi immigrati, portatori di cultura, lingua, valori anche molto distanti da quella di cui la scuola è interprete. Non sono pochi, tra questi bambini, i casi di disturbi cognitivi o comportamentali. Si segnalano classi, nella scuola primaria finanche con quattro casi di disabilità, dichiarati o in via di dichiarazione; si segnalano anche classi nelle quali il numero di alunni immigrati soverchia quello degli italiani, con notevoli ripercussioni in ordine alla didattica e alla disciplina.