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ACIENZA DELL'AMMINISTRAZIONE SCOLASTICA N.2/2019

Ancora una volta parliamo di immagini di minori

Editoriale di Anna Armone, Direttore responsabile

Esperta in Scienza dell’Amministrazione Scolastica

Mi capita spessissimo, per non dire sempre, durante i seminari sulla tutela della Privacy, di sentirmi dire quanto è anacronistico il tentativo di proteggere i minori attraverso un uso limitato dei loro dati, immagini comprese. Il mondo fuori non pone limiti e non vogliono limiti né i ragazzi né i loro genitori.

Eppure dallo stesso Garante vengono richiamati i rischi per la democrazia determinati dalla crescita degli Over-The-Top, che hanno acquisito poteri che assumono sempre più caratura sociale e che finiscono per concorrere col diritto che regola le relazioni tra gli Stati. I dati (propri e dei propri «amici») ceduti dai social alle app per fini di marketing politico, il cyberbullismo, le immagini dei minori vendute o violate, l’hate speech, l’oblio, le fake news, le intercettazioni e la cronaca giudiziaria, la libertà del lavoratore, il testamento biologico, la cyber-security, l’intelligence, la trasparenza, la tutela del consumatore e i big data. Sono, questi, solo alcuni aspetti del rapporto tra uomo e tecnica, la vita e la rete, diritto e potere.

Il Consiglio di Stato ha accolto la sospensiva presentata dal Ministero dell’Istruzione sull’annullamento del concorso a dirigente scolastico decretato dal Tar Lazio lo scorso 2 luglio 2019.

Il Consiglio di Stato ha stabilito che, a prescindere dal merito delle questioni devolute in appello e da ogni valutazione sull’effettiva portata invalidante dei vizi dedotti (segnatamente dei vizi riscontrati dal primo giudice), sulla base di un bilanciamento di tutti gli interessi in conflitto ed alla luce di una valutazione comparativa degli effetti scaturenti dall’esecuzione dell’appellata sentenza nelle more del giudizio di merito,con particolare riguardo all’incidenza sull’assetto organizzativo dell’amministrazione della scuola in prossimità dell’inizio del nuovo anno scolastico, deve ritenersi preminente l’interesse pubblico alla tempestiva conclusione della procedura concorsuale, anche tenuto conto della tempistica prevista per la procedura di immissione in ruolo dei candidati vincitori e per l’affidamento degli incarichi di dirigenza scolastica con decorrenza dal 1° settembre2019;

Ritenuta, per le esposte ragioni, la fondatezza dell’istanza cautelare formulata nell’appello principale (e la conseguente correlativa infondatezza dell’istanza cautelare formulata nell’appello incidentale condizionato)

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) accoglie l’istanza cautelare proposta nell’ambito del ricorso principale per l’effetto, sospende l’esecutività della statuizione di accoglimento contenuta nella sentenza impugnata; fissa l’udienza pubblica per la discussione del ricorso nel merito al 17 ottobre 2019

Guida al Broker assicurativo nelle Istituzioni Scolastiche

a cura di Vincenzo Casella e Valentino Donà

Aggiornato al nuovo Regolamento di Contabilità Scolastica (Decreto n.129/2018)

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Il rapporto Invalsi 2019 è alquanto impietoso con gli alunni del Meridione, in particolare Campania, Calabria e Sicilia, per le carenti competenze medie evidenziate. In particolare, la matematica si rileva essere l’ambito più deficitario.

Gli allievi coinvolti nelle prove sono stati oltre 1.100.000 nella scuola primaria (classi II e V), circa 550.000 nella scuola secondaria di primo grado (classe III), circa 1.000.000 nella scuola secondaria di secondo grado (525.000 classe II e 475.000 classe V).

Le prove di Inglese alla Primaria registrano un miglioramento nelle prove di ascolto rispetto allo scorso: l’88,3% degli allievi della V raggiunge il prescritto livello A1 del QCER nella prova di lettura e l’84% di allievi il prescritto livello A1 del QCER nella prova di ascolto.

Sia nel reading sia nel listening il Nord si afferma per l’alto livello raggiunto seguita dal Centro e con il Sud che conferma in netto ritardo.

Particolarmente significato il risultato riferito alle prove di Italiano per gli studenti del quinto anno delle superiori: hanno raggiunto livelli molto bassi in Italiano il 13% del totale.

Per Matematica e Inglese i risultati del rapporto conferma che nelle regioni del Mezzogiorno (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna) si registra il maggior numero di studenti con livelli decisamente bassi.

Il divario Nord-Sud si fa forte per quanto riguardale prove di inglese, complessivamente inferiore rispetto alla media degli altri Paesi europei. Il 10,6% degli studenti non raggiunge il B1, cioè acquisisce un livello di competenza molto basso dopo 13 anni di scuola. In Calabria, Sicilia e Sardegna la percentuale degli allievi che raggiungono il B2 scende, rispettivamente, al 31%, al 34,8% e al 34,1%.

Il divario rispetto al dato nazionale nella percentuale di allievi con risultati molto bassi si fa più forte: gli allievi che non raggiungono il B1 sono il21,7% inCalabria, il 18,2in Sicilia, il 20%in Sardegna.

 

L’INVALSI ha pubblicato il Rapporto 2019 nel quale riferisce dei risultati delle prove. Il quadro che ne emerge, a detta anche del Ministro Bussetti alla presentazione dei dati alla Camera, evidenzia “innegabili motivi di preoccupazione” in particolare riferibile ad alcune aree del Paese: “Come ministero, siamo convinti dell’importanza della valutazione standardizzata degli apprendimenti che però si deve integrare e affiancare all’insostituibile ruolo della valutazione dei docenti. Dobbiamo portare avanti la valutazione delle attitudini mettendo al centro gli studenti e le loro potenzialità. La scuola deve formare individui autonomi e liberi, cittadini responsabili e consapevoli. Credo sia un obiettivo sul quale abbiamo lavorato. Quest’anno l’illustrazione dei risultati Invalsi presenta motivi di novità e interesse”.

Da un alto, Bussetti richiama segnali di preoccupazione che si riferiscono ad alcune aree del Sud del Paese, dall’altra rileva che “i risultati contengono anche alcune tendenze incoraggianti e spunti di immediato intervento migliorativo”.

Di rilievo appare il richiamo alla valutazione dei docenti, dei dirigenti e della scuola da integrare a alla valutazione standardizzata degli apprendimenti: “una delle priorità strategiche che ho individuato nell’Atto di Indirizzo politico per il 2019”

“Per legare un buon sistema di valutazione degli apprendimenti al miglioramento del sistema di istruzione – ha ribadito – è fondamentale coinvolgere tutta la comunità scolastica affinché si senta protagonista, in piena collaborazione con le famiglie e gli studenti. Ed è quello che stiamo facendo, con l’obiettivo di proporre eventuali regolazioni del Sistema Nazionale di Valutazione”.

Obbiettivo che la scuola deve perseguire è quello di tornare ad essere “veicolo primario affinché sia realmente possibile un ascensore sociale”. Il Ministro ha anche sottolineato che i risultati dei test Invalsi dovranno contribuire a migliorare i livelli di qualità del sistema scolastico soprattutto nelle aree che non sempre raggiungono risultati soddisfacenti. “Per far fronte al divario territoriale – ha ricordato - abbiamo stanziato 50 milioni per il contrasto alla povertà educativa, oltre 35 milioni nel Piano per la scuola digitale, 100 milioni per nuovi Laboratori all’avanguardia e per biblioteche e 20 milioni per la formazione dei docenti; infine 4 milioni per scuole situate in aree a rischio per contrastare la dispersione”.

In una intervista al “Corriere del Veneto” il Ministro Bussetti si è detto sicuro che la regionalizzazione si farà e che riuscirà a convincere i sindacati. Ha anche negato che il Movimento 5 Stelle abbia bocciato su tutta la linea tale prospettiva; quindi ha evidenziato che il modello al quale si guarda è quello del Trentino e della Valle d’Aosta: “Il modello a cui ci si ispira è quello da anni vigente in Regioni come il Trentino e laValle d’Aosta. Modello che funziona perfettamente e che, eventualmente, con qualche correttivo, può essere esportato, in base a quanto previsto dall’articolo 116 dellaCostituzione, anche in Regioni a statuto ordinario”.

Riguardo alle critiche esposte da più parti, ha tagliato corto: “Sono convinto che molte critiche hanno esclusivamente una base ideologica ma non siano state precedute da un esame attento dei testi. E poi mi verrebbe da chiedere: il modello trentino o valdostano cosa ha di rivoluzionario? E soprattutto, è un modello virtuoso? Se sì, perché dovremmo privare i cittadini di altre Regioni di un processo di elevazione degli standard qualitativi del servizio scolastico?”.

 

Come annunciato, Il MIUR ha presentato ricorso in appello al Consiglio di Stato in merito all’annullamento del concorso per dirigenti scolastici pronunciato dal TAR Lazio per la presunta incompatibilità di tre commissari che rispondono ai nomi di Francesca Buscetti, Elisabetta Davoli, Angelo Francesco Marcucci.

Il Ministero ribadisce, nel suo ricorso, che le motivazioni addotte per la dichiarazione di incompatibilità dei tre commissari non ha sostanza di rilievo e circostanzia le tre diverse situazioni.

Per Francesca Buscetti il Ministero sostiene che ha partecipato a corsi universitari su contabilità pubblica, rivolti ai Dirigenti scolastici già in servizio e a DSGA; corsi, quindi, che non avevano niente a che fare con il concorso per dirigenti scolastici.

Per Elisabetta Davoli, il Ministero riferisce che ha svolto un corso per un’associazione di formazione, che non avrebbe a che vedere con corsi per la preparazione al concorso per dirigenti. La Davoli aveva solo stipulato un contratto con tale associazione cedendo il diritto di utilizzare i materiali forniti, quindi è l’associazione che ha scelto per quali percorsi formativi utilizzarli.

Per Angelo Francesco Marcucci, la cui incompatibilità si configura per il fatto di essere sindaco nel comune di Alvignano, il Miur, pur riconoscendo che i commissari non possono avere anche incarichi politici, sindacali o professionali, sostiene che ciò è valido se c’è qualche elemento di possibile incidenza fra l’attività esercita e l’attività dell’ente che indice il concorso. Nel caso, specifico, l’incompatibilità non sussisterebbe, tenuto anche conto che gli unici tre candidati al concorso del piccolo comune in questione non si sono presentati agli esami.

Il Ministero, inoltre, fa appello all’interesse pubblico, considerato che le operazioni concorsuali delle commissioni residue termineranno giorno 11 luglio e che, per il buon funzionamento della scuola, si rende necessario che la nomina dei nuovi dirigenti scolastici siano fatte per l’inizio del nuovo anno scolastico.

Nell’intricata e dolorosa, per la scuola, vicenda che interessa la scuola italiana in merito all’eventuale annullamento del concorso per dirigenti scolastici richiesta dal TAR Lazio, oltre al ricorso in appello al Consiglio di Stato del MIUR, si registrano i ricorsi “ad adiuvandum” dei sindacati, al fine di permettere la copertura dei posti vacanti da Dirigente già con l’avvio del nuovo anno scolastico, seppure con la modalità della riserva.

In proposito, Antonello Giannelli, presidente nazionale dell’ANP, in una intervista rilasciata a “La Tecnica della Scuola” ha ribadito che “La sentenza del TAR è inaccettabile, perché il motivo addotto è insufficiente alla luce della pacifica giurisprudenza del Consiglio di Stato” e che confida nell’annullamento della sentenza del TAR “in modo tale per poter assumere i dirigenti scolastici vincitori dal 1° settembre e andare così a risolvere pure un problema annoso: quello delle scuole senza dirigente. Quella delle reggenze doveva essere una soluzione tampone, invece ha assunto proporzioni sempre più preoccupanti e non più gestibili”.

Tale parere è confortato dalla stessa ANP che, per quanto concerne il merito della vicenda, esprime la convinzione che il Consiglio di Stato sospenderà in via cautelare gli effetti della sentenza, consentendo così il completamento della procedura concorsuale, e che successivamente la annullerà. Per tale ragione il sindacato ha deciso di promuovere un autonomo appello avverso la sentenza presso il Consiglio di Stato e ha costituito un pool nazionale di tre studi legali di elevata qualificazione per avviare un’azione legale riservata esclusivamente ai propri iscritti.

Il Codacons ha depositato un intervento “ad opponendum” al Consifglio di Stato per contestare l’appello infondato del MIUR

Continua a tenere banco il caso del concorso per dirigenti scolastici che negli ultimi giorni ha visto la novità dell’annullamento delle prove deciso dal Tar del Lazio.

Contro il ricorso del Ministero dell’Istruzione al Consiglio di Stato sul concorso per dirigenti scolastici ora anche il Codacons si costituisce al Consiglio di Stato, depositando un intervento ad opponendum per contestare l’appello infondato del Ministero.

Il Codacons rappresenta legalmente numerosi candidati che non hanno superato le prove a causa delle irregolarità riscontrate durante il concorso, ma “intende anche difendere  chi ha superato la prima fase d’esami e si ritrova ora danneggiato dall’inevitabile annullamento dell’intero concorso per dirigenti scolastici”.

“Tutti gli aspiranti dirigenti che hanno superato la prova scritta e che con ogni probabilità dovranno ripetere l’esame, possono aderire all’azione risarcitoria che il Codacons intende presentare contro il Miur – spiega il Presidente Carlo Rienzi –. Una azione finalizzata a far ottenere ai soggetti danneggiati il risarcimento dei danni morali (perdita di occasione lavorativa) e materiali subiti (spese di trasferta, pernottamento, preparazione all’esame, ecc.) e alla quale si potrà aderire da domani scaricando l’apposito modulistica sul sito www.codacons.it”.

 

Una nuovo, pericoloso, fenomeno comincia ad evidenziarsi anche in Italia. Si tratta di un fenomeno che riguarda principalmente i giovani tra i 14 e i 30 anni di sesso maschile, ma si pensa interessi anche le ragazze. "Hikikomori" è un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte" e si riferisce a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria cameracon la sola compagnia di computer, ipad, smartphone, immerso nella rete internet.

È di qualche giorno fa il caso di un diciannovenne di Torino, lanciatosi dal 5 piano della sua abitazione perché la madre gli avrebbe sottratto la tastiera del PC, con il quale il giovane viveva pressoché in simbiosi: aveva abbandonato gli studi, non era in cerca di lavoro ed era solito chiudersi in camera, con pc e smarthone quali strumenti per interagire con il mondo esterno.

In Giappone, il fenomeno è allo studio da qualche tempo e, secondo gli esperti, una delle una delle possibili cause potrebbe essere l'assenza del padre o l'attaccamento eccessivo alla madre. Di fondo si può affermare che questi ragazzi vivono un rapporto negativo con la società e che normalmente soffrono di pressione di realizzazione sociale dalla quale cercano di scappare a tutti i costi.

 

FARE L'insegnante n.3/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Il team teaching: dimensione razionale e dimensione emozionale

Editoriale di Ivana Summa

La storia della dimensione gruppale della funzione docente ha inizio con i decreti delegati del 1974 che, come è noto, istituiscono il Collegio dei docenti e i Consigli di classe, interclasse e intersezione. È una innovazione straordinaria che si spiega se si considera attentamente il clima culturale, sociale e politico dell’epoca. Oggi, dopo più di quarant’anni, ne conosciamo gli esiti, anche alla luce dell’attribuzione dell’autonomia agli istituti scolastici e, ovviamente, ciò che si è concretizzato a partire dal dettato normativo è di fatti qualcosa di molto diverso da ciò che prevedeva il legislatore. Infatti, oggi ci troviamo ancora di fronte ad un docente dal ruolo forte, unico diretto responsabile dell’azione formativa della scuola, interprete di una libertà di insegnamento che può essere fatta oggetto di contestazione soltanto quando si manifesta con modalità riconducibili alla patologia e/o alla estemporaneità.

Eppure la collegialità rappresenta ancora una pietra miliare in quanto rompe il solipsismo del lavoro di insegnamento e la balcanizzazione dell’offerta formativa di una determinata scuola che, di fatti, dipendeva dal singolo docente. Da allora non sono mancati i tentativi di far lavorare insieme, in forme di co-teaching, i docenti soprattutto per la graduale introduzione della presenza di più insegnanti come contitolari delle classi: la dotazione organica aggiuntiva, il tempo pieno e i moduli nella scuola primaria, gli insegnanti di sostegno, le codocenze e le aree di progetto nell’istruzione secondaria, tanto per fare alcuni esempi.

Il decreto legislativo n.59/2004, attuativo della riforma del sistema scolastico di cui alla Legge 53 del 2003, introduce, anche nella parte degli allegati contenenti le Indicazioni nazionali, compiti nuovi per la funzione docente attribuendo ad unico docente per classe il “coordinamento delle attività didattiche ed educative” che, insieme all’“assistenza tutoriale a ciascun alunno” e “al rapporto con le famiglie” costituisce un vero e proprio tentativo di dare unitarietà educativa e didattica almeno a livello di singola classe. Sappiamo che tutto ciò non è stato mai realizzato e, dunque, le nostre scuole oggi presentano una schisi molto forte tra ciò che viene rappresentato nei documenti formali della singola scuola -PTOF, RAV, PDM- e ciò che viene concretamente agito nelle singole classi.

Concludiamo questo sintetico quadro normativo con la legge 107/2015 che, al comma 3 dell’articolo 1, prevede, per la comunità scolastica “lo sviluppo del metodo cooperativo, nel rispetto della libertà di insegnamento, la collaborazione e la progettazione”, per la realizzazione del curricolo della scuola.

Il co-teaching, insomma, non ha mai preso piedi concretamente anche se è fondamentale per la piena realizzazione del curricolo di scuola anche se, in questi ultimi anni - grazie alla realizzazione di progetti di ampliamento formativo, di potenziamento, di recupero e, in ogni caso, al di fuori e/o a latere dell’insegnamento disciplinare - l’organico dell’autonomia sta rendendo possibile la co-progettazione e il co-insegnamento (specie tra insegnanti di sostegno e insegnanti di classe) che, come afferma Emanuela Cren, insieme alla co-valutazione rappresentano tre passaggi fondamentali.

Ma non si tratta soltanto di attenersi ad una procedura perché, in realtà, il co-teaching funziona se le discipline non vengono considerate come gabbie necessarie dalle quali ogni tanto si può uscire per respirare un’aria diversa. Il contributo di Anna Alemanno si colloca proprio in questo ambito di discorso con l’intento di farci comprendere che uscire dalle discipline non è un lusso, bensì una necessità specie per alcune attività che, per loro stessa natura, hanno bisogno di incontri tra conoscenze diverse.

Anche il saggio di Loredana De Simone va in questa direzione nell’ambito del corso denominato Cambridge, che è un percorso di studi, integrato e potenziato da discipline svolte secondo la metodologia Clil, le cui competenze sono certificate con esami a livello internazionale, nel corso dei cinque anni liceali. Tra queste, il Global Perspectives è un percorso di apprendimento che persegue lo sviluppo di competenze trasversali che si innestano con Cittadinanza e Costituzione e, in linea con gli obiettivi previsti dall’Agenda 2030, promuove l’educazione alla legalità, all’equità e allo sviluppo sostenibile del Pianeta.

È in questa prospettiva che, in questa scuola, vengono co-progettati moduli di apprendimento centrati sullo sviluppo di competenze propedeutiche a tutte le discipline, necessarie per promuovere una cittadinanza attiva. Sono competenze che ogni docente persegue non soltanto attraverso le singole discipline, ma che si realizzano pienamente attraverso il rapporto dialogante tra di esse, in una visione reticolare di sapere che consente di maturare le cosiddette life skills.

Infine, citiamo il contributo di Marco Pellizzoni e Stefania Borra che, partendo dalle Linee Guida degli Istituti professionali, propongono azioni didattiche di team focalizzandosi sul profilo dello studente in uscita e su un insegnamento di tipo laboratoriale.

Da questi contributi e dagli altri che presentiamo in questo numero della rivista si trae più di una riflessione volta a mettere in luce alcuni aspetti che andrebbero affrontati con particolare cura e che hanno in comune il fatto che non si invocano interventi normativi nuovi né la cancellazione di quelle passate, ma si riferiscono a ciò che si può già fare con i dispositivi normativi e con le risorse a disposizione.

Innanzitutto ci preme mettere in evidenza che un gruppo di lavoro - e tale è un team docente che intende lavorare insieme - quando si muove all’interno di un contesto organizzativo più generale che ne fissa scopi, contenuti e ruoli, è molto diverso da un gruppo che nasce per portare a termine un compito comune liberamente identificato e deve essere preparato ad affrontare alcune dinamiche che inevitabilmente si presentano.

Un team di professionisti che, peraltro, si autocoordinano, per poter operare con efficacia deve garantire relazioni non conflittuali tra i membri, altrimenti le energie dei partecipanti saranno sprecate. Per evitare ciò è necessario che a ciascun membro del gruppo siano garantiti adeguate ricompense e un sostegno esterno all’ambiente di lavoro, che vada nella direzione della valorizzazione e gratificazione di tutti i suoi membri secondo una logica di valorizzazione delle singole competenze e di redistribuzione equilibrata del “potere”. Il “merito” istituito dalla L. 107/2015 va proprio in questa direzione anche se quasi sempre è stato utilizzato con modalità molto diverse.

Il gruppo efficace è quello in cui i membri si sentono in continua interdipendenza, manifestando coesione rispetto alle modalità interattive e identità rispetto al compito, e tutto ciò si concretizza più facilmente quando la leadership e il potere di influenzamento sono ben distribuiti tra i membri e, comunque, distribuiti dagli stessi membri. In questa prospettiva, la formazione in servizio (ma, in prospettiva, anche quella iniziale!) dei docenti dovrà riguardare, in primo luogo, la capacità di conciliare soggettività e pluralità del proprio agire professionale, creando spirito di appartenenza nel lavorare intorno ad un progetto comune. A nostro avviso, i consigli di classe dovrebbero essere costituiti dal dirigente scolastico secondo le prospettive di un gruppo di lavoro o, come si suol dire, di unteam task oriented. Ovviamente il dirigente scolastico dovrebbe avere competenze organizzative di formazione di gruppi efficaci e di gestione degli stessi, considerato che il coordinamento è una delle attribuzioni forti che caratterizzano la funzione dirigenziale. Ciò significa che, in passato, il dirigente scolastico abbia già sperimentato più volte e in prima persona situazioni reali di lavoro di gruppo all’interno di una scuola, ma anche situazioni gruppali laboratoriali, collocate all’interno di un percorso formativo mirato su questo aspetto. Ma anche il gruppo docente, per funzionare come team working, dovrà essere formato per poter operare con efficacia; in caso contrario, infatti, diventa un raggruppamento casuale di insegnanti che, pur operando con gli stessi alunni, continuano a mantenere le “giuste distanze” tra le discipline che, a seconda delle ore curriculari, assegnano un diverso potere agli insegnanti.

Dobbiamo, infatti, tenere ben presente che i gruppi di lavoro hanno una dimensione di vita razionale ed una emozionale. La prima è rappresentata dalla struttura formale del gruppo regolata da obiettivi, regole e metodi, ruoli e processi di lavoro; la seconda si configura come unastruttura informale, fatta di conflitti, di alleanze e coalizioni, di leadership, di fantasie emotive e sentimenti, di bisogni di potere e di espressività.

Tutte le ricerche volte ad individuare le variabili fondamentali per il successo di un gruppo di lavoro concordano nell’affermare che la produttività deriva dall’interazione positiva tra due variabili: la coesione e l’orientamento al risultato. La coesione è la risultante di un rapporto fra i membri, basato sulla fiducia, la stima reciproca, l’accettazione delle differenze. L’indicatore principale è un clima caldo, positivo, amichevole, in cui si respira benessere che si trasferisce nella motivazione e affezione al lavoro di gruppo e nella possibilità, per ogni membro, di soddisfare il proprio bisogno di contribuzione. L’orientamento al risultato, invece, è l’atteggiamento finalizzato alla produzione di azioni concentrate sul compito attribuito. Per raggiungere risultati positivi i membri del gruppo utilizzano tutta la propria esperienza e competenza per raggiungerli, accettando il confronto e prendendo iniziative.

Quando le persone aderiscono spontaneamente ad un gruppo di lavoro hanno una motivazione di partenza che faciliterà sia il clima che l’orientamento al compito; quando, invece, le persone, membri di un gruppo di lavoro all’interno di un’organizzazione, appartengono alla stessa categoria professionale e non si sono scelte, può mancare la motivazione a lavorare insieme. In questo caso, si attivano i timori relativi al proprio ruolo, al riconoscimento delle competenze personali, al rischio di perdere potere e identità, di omologarsi e di confondersi con gli altri.

Poiché il gruppo di lavoro, così come è strutturato normativamente nelle nostre scuole, appartiene a quest’ultima tipologia, è necessario che, oltre ad attivare le esistenti disposizioni normative in una direzione di “comunità professionale”, i singoli docenti comprendano che l’istituto scolastico è un soggetto collettivo e, come tale, richiede cooperazione. X

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