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FARE L'insegnante n.9/2018 - 2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editorialedi Ivana Summa

 I PON per creare un sistema d’istruzione e formazione di elevata qualità

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: approfondimenti

4La didattica come arte e come scienza: tattiche e strategie per l’implementazione della sua efficacia formativadi Luciano Lelli

7Le politiche europee e i PON di Feldia Loperfido e Giuseppe Ritella

10Didattiche difensive di Filippo Cancellieri

13Mi ricordo, sì mi ricordo di Umberto Savini

 

TEMI E PROBLEMI DI SCUOLA: attualità

16Il docente educatore del XXI secolo: educare le Life skills di Carmelina Maurizio

19Ricerca-azione e modelli di progettazione didattica di Nicola Serio

22Competenze, titoli di studio, occupazione giovanile di Gian Carlo Sacchi

 

SCUOLA DELL’INFANZIA

25Avventure in moto di Alessia Sansoni

 

SCUOLA PRIMARIA

27Disegnare con le parole di Rita Quinzio

31Insegnanti e genitori di oggi: possono diventare empatici? di Monica Piolanti

 

SCUOLA SECONDARIA I GRADO

35 Matematica in gioco: tutti pazzi per Geometriko di Luca Bonomi

38Didattica innovativa ed educazione per l’innovazione di Delia Dami

 

SCUOLA SECONDARIA II GRADO

42 Gestire la comunicazione in classe di Elisabetta Imperato

 

ISTRUZIONE DEGLI ADULTI

45Quando lo studio diventa una risorsa che modifica in meglio il corso della vita

di Mimosa Crestani

 

Rubriche

49 Maestri del PASSATO che parlano al PRESENTE

Il “sistema preventivo” di Don Giovanni Bosco di Alessandro Ferioli

 

52 Le Parole della Scuola

Flessibilità organizzativa e didattica di Ivana Summa

 

54 Arte Musica e Spettacolo

Perché fare Musica? di Carla Vazzola

 

57 Dall’ufficio di segreteria ...

Fondi strutturali tra opportunità e incongruenze di Filippo Cancellieri

 

61 Un LIBRO al mese

Letture per conoscere meglio l’UE di Flavia Marostica

FARE L'insegnante n.9/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

I PON per creare un sistema d’istruzione e formazione di elevata qualità

Editoriale di Ivana Summa, Direttore responsabile

Se pensate che un buon sistema di istruzione sia costoso, provate l’ignoranza.Ma il nostro è un buon sistema d’istruzione e formazione? Ad analizzare le comparazioni internazionali pare proprio di no. E allora cosa fare? In questo numero vogliamo ragionare intorno alle scelte di governo delle nostre istituzioni scolastiche.

Il vecchio aforisma si adatta perfettamente alla condizione attuale della scuola italiana, che funziona trascinandosi vecchi problemi senza mai risolverli una volta per tutte. E, d’altronde, non si può neanche affermare che i governi e il MIUR non siano intervenuti e non continuino ad intervenire per poterli risolvere o almeno portarli ad un livello di accettabilità confrontabile con gli altri paesi. Ecco, forse è proprio questo il problema: tanti interventi, tanti dispositivi di manutenzione ordinaria, tante pressioni e su diversi fronti senza che - nonostante tutto - si ottengano risultati soddisfacenti. Anzi, è sotto gli occhi di noi tutti il progressivo appesantimento burocratico cui, proprio con la pioggia di interventi del MIUR (l’ultimo è sul bullismo), è sottoposta la macchina organizzativa e gestionale delle singole istituzioni scolastiche, continuamente molestate da disposizioni che pretendono di migliorare le scuole attraverso il cambiamento delle procedure oppure facendo loro acquisire finanziamenti.

PUBBLICATI I QUIZ MINISTERIALI PER LA PROVA DI PRESELEZIONE CONCORSO DIRETTORE SGA

Corso di 8 webinar più tutti i quiz ministeriali on line riorganizzati per materia sulla piattaforma digitale di euroedizioni a soli 30,00 euro.

In data odierna il MIUR ha pubblicato la banca dati dei 4000 quesiti a risposta multipla su cui saranno estratti le 100 domande per la prova di preselezione. La prova si svolgerà nelle date già programmate dal MIUR dell'11,12,13 giugno.

La nostra CASA EDITRICE ha organizzato un corso di 8 webinar  tutti incentrati sui quiz  a risposta multipla pubblicati dal ministero  per la prova di preselezione  con la finalità di spiegare in che modo affrontare lo svolgimento della prova.

Nell’incontro di informativa sull’organico del personale ATA, per il triennio scolastico 2019/2022tenutosi al MIUR nella giornata di ieri, 20 maggio, sono stati esposti i criteri con i quali verrà rideterminato l’organico per l’A.S. 2019/2020, tenuto conto del calo di 70.000 alunni a livello nazionale, della trasformazione dei contratti – da tempo parziale a tempo pieno – di 226 ex co.co.co. e della stabilizzazione, a partire dal 1° gennaio 2020, del personale ex LSU (come previsto dalla legge di Stabilità 2019).

Il calcolo delle dotazioni organiche terrà conto del numero di alunni con disabilità, per cui la riduzione, che ci sarebbe stata per effetto della diminuzione del numero degli alunni, viene riassorbita. Il taglio previsto inizialmente di 437 Assistenti amministrativi e 1.224 Collaboratori scolastici viene compensato sulla base del numero di alunni con disabilità certificati, consentendo, il mantenimento delle attuali dotazioni organiche.

Il saldo complessivo – pari per l’A.S. 2019/2020 a 203.434 unità – è di 36 unità in più date dalla compensazione tra 113 posti di personale ex co.co.co. trasformati a tempo pieno e 77 posti in meno di DSGA, dovuti al dimensionamento.

A partire dal 1° gennaio 2020, dovranno essere poi recuperati 11.507 posti congelati sull’organico di diritto per la stabilizzazione del personale ex LSU, per questo si attendono i decreti applicativi del Ministero.

SCIENZA DELL'AMMINISTRAZIONE SCOLASTICA N.1/2019

E' l’anno del reclutamento dei nuovi dirigenti e dei direttori amministrativi!

EDITORIALE di Anna Armone Direttore responsabile, Esperta in Scienza dell’Amministrazione Scolastica

Da questi due reclutamenti dovrebbe emergere una classe gestionale in grado di reggere la complessità della scuola,

complessità che potrebbe benissimo essere contenuta e,

anzi, ridotta, lasciando alla scuola la realizzazione

più proficua della sua missione

È l’anno dell’immissione negli organici del personale dirigente e amministrativo della scuola di un gran numero di vincitori dei concorsi in atto o in via di realizzazione. Il reclutamento del personale in un’organizzazione pubblica deve partire non solo dal disegno organizzativo di questa, ma anche dalla visione politica dell’organizzazione. E da qui partiamo. Il concorso per dirigente scolastico è nella fase centrale e presumibilmente si concluderà entro l’estate 2019. Dal programma d’esame viene fuori un profilo dirigenziale molto complesso che fa trasparire un’organizzazione scolastica fondata su un apparato amministrativo analogo a qualsiasi altro apparato pubblico. La normativa richiamata copre tutti gli ambiti dell’azione amministrativa, dalla contrattualistica alla sicurezza, alla privacy, al rapporto di lavoro. E questo è un riferimento alla normativa generale. Poi c’è la normativa di settore che riguarda in modo specifico la scuola.

CORSO SUI QUIZ MINISTERIALI PRESELEZIONE CONCORSO PER DIRETTORE SGA

WEBINAR di Esercitazione sulla batteria dei quiz  che saranno pubblicati dal MIUR 20 giorni prima della prova di preselezione a soli 30,00 euro

Il corso comprende 8 webinar  tutti incentrati sui quiz  a risposta multipla che saranno pubblicati dal ministero  per la prova di preselezione  con la finalità di spiegare in che modo affrontare lo svolgimento della prova. L'obiettivo dei webinar è appunto quello di far acquisire la tecnica di risposta ai quiz a risposta multipla, mediante l'esercitazione pratica proprio sui quiz  ministeriali.

Nel corso di un comizio elettorale a Tivoli,il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salviniha ricordato che la settimana prossima approderà in Parlamento la legge per introdurre le telecamere negli asili nido e nelle case di riposo per anziani, proposta fortemente sponsorizzata Lega proprio allo scopo di “difendere bambini, anziani e disabili”.

Analoga dichiarazione ha reso in analoga situazione a Potenza, confermando di avere assunto una attenzione molto particolare nei confronti della scuola. Durante un comizio elettorale a San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, aveva chiaramente annunciato: "Entro maggio sarà legge la possibilità di mettere le telecamere in scuole materne e case di riposo per difendere bimbi, anziani e disabili. Però stiamo valutando di metterle anche nelle superiori per difendere i professori da qualche alunno imbecille e maleducato. E fosse per me - nel nome del rispetto e della parità - chiederei che venga messo anche il grembiule per evitare che ci sia il bimbo con la felpa da 700 euro e il figlio dell'operaio che non se lo può permettere. Già so che diranno che lo faceva anche il duce. Siamo in democrazia ma io penso che un paese migliore si costruisce anche con ordine e disciplina".

Ricordiamo che, secondo il Garante, “nessuna telecamera potrà mai sopperire a carenze insite nella scelta e nella formazione del personaledeputato all’educazione e all’assistenza dei soggetti meritevoli della maggiore attenzione”.

Contrari alle telecamere sono contrari anche la gran parte dei docenti, che ritengono il provvedimento lesiva della privacy dei lavoratori.

Nel corso della presentazione del Portale Nazionale della scuola in ospedale, il Ministro Bussetti ha annunciato che è sua intenzione “pensare con i sindacati a qualche misura in più nel rinnovo del contratto per i docenti che si occupano da vicino dei ragazzi in ospedale”.

“Oggi – ha precisato il ministro – i docenti che lavorano in ospedale hanno una indennità minima. Vorrei creare una classe di docenti attenta a questi problemi specifici. Con il rinnovo contrattuale con le organizzazioni sindacali vorrei garantire loro un sostegno di questo tipo. La scuola ha una missione educativa forte: garantire il diritto allo studio e la continuità didattica per i ragazzi che sono impossibilitati a frequentare i normali percorsi d’istruzione è determinante per consentire alle famiglie di continuare ad aver speranza nel futuro”.

Nel corso di un punto stampa al Forum Pa, il Ministro della Funzione Pubblica, Giulia Bongiorno, ha annunciato che il Governo sta studiando un disegno di legge per istituire un corso universitario al termine del quale, attraverso un concorso, si possa entrare nella pubblica amministrazione.

“Oggi c'è un grosso problema per i giovani - ha detto Bongiorno-, non riescono a trovare lavoro quando escono dall'Università, di solito escono con un tipo di formazione estremamente generica.Con il ministro Bussetti abbiamo deciso di creare un corso che permetta al ragazzo che studia all'università, alla fine del suo percorso, di poter fare un concorso direttamente nella pubblica amministrazione e permette alla Pa di assumere ragazzi. Perché non è possibile che si entri nella Pa soltanto a 35 anni,si deve entrare prima. Quando dico che nella legge di bilancio ci sono risorse, do già delle risposte. Stiamo parlando di un piano concreto e fare ricambio generazionale”. Sui tempi di realizzazione di tale progetto Bongiorno ha poi aggiunto "quando ci sarà un ddl”.

Il ministro ha anche annunciato che sta sperimentando un concorso territoriale in Campania per evitare il fenomeno delle migrazioni. “C’è un nuovo concorso al quale tengo particolarmente che è un concorso territoriale, lo stiamo sperimentando con il presidente della Campania. È un concorso che permette al singolo di partecipare a un concorso sapendo quale è la sua destinazione finale - ha spiegato, - cosi che se ci sono concorsi nella regione Sicilia si resta in Sicilia, se ci sono concorsi in Campania, in Campania; questo permette di evitare la migrazione del dipendente pubblico. Il bando sarà entro giugno e il concorso sarà a fine agosto”. Avviata la sperimentazione, Bongiorno non ha escluso che questa formula di concorso territoriale possa essere resa obbligatoria.

Determinata nel voler contrastare l’introduzione dei controlli biometrici per i dirigenti scolastici contenuta nel “Decreto concretezza”, l’ANP si è rivolta direttamente al Presidente Mattarella, rappresentando le ragioni che attengono al ruolo e alla funzione dei dirigenti scolasticicontro una disposizione che appare come una massiva violazione della privacy.

«Signor Presidente,

mi rivolgo a Lei per evidenziare l’emergenza di una questione che ritengo di primaria importanza per la tutela delle amministrazioni e delle scuole pubbliche, nonché per la dignità dei rispettivi lavoratori. In qualità di Presidente dell’ANP, l’associazione professionale maggioritaria dei dirigenti scolastici, Le rappresento il carattere di assoluta gravità di alcuni provvedimenti contenuti nel cosiddetto “decreto concretezza”. L’introduzione generalizzata di controlli biometrici per la verifica della presenza, sul posto di lavoro, di tutti i dipendenti pubblici contrattualizzati, con l’esclusione dei soli insegnanti, è una misura che presenta una massiva violazione della privacy – in quanto coinvolge oltre due milioni e mezzo di persone – ed è molto sproporzionata rispetto al dichiarato e pienamente condivisibile scopo: evitare condotte disoneste come quelle dei cosiddetti “furbetti del cartellino”. Condotte che, però, riguardano una irrisoria percentuale di lavoratori e che andrebbero combattute conferendo ai dirigenti adeguati poteri gestionali. Una “schedatura” biometrica di massa senza precedenti come quella prefigurata non migliorerà certo la produttività delle amministrazioni pubbliche ma, al contrario, favorirà demotivazione e inefficienza. Per i dirigenti – scolastici e non – la misura è, inoltre, del tutto insensata: si tratta di personale senza orario di lavoro e la cui valutazione dipende solo dai risultati ottenuti. La conoscenza del tempo trascorso in ufficio, quindi, non ha nulla a che fare con la trasparenza. Nello specifico caso dei dirigenti scolastici, poi, la cosa è ancora più assurda: per la prima volta, da quando esiste l’organizzazione del lavoro, si sovverte il principio di gerarchia, sottoponendo il capostruttura ad un controllo da cui è esclusa la maggior parte del personale in servizio presso la stessa. Aggiungo che, stante l’equiparazione del dirigente scolastico al datore di lavoro a fini antinfortunistici, dovrebbe semmai avere lui contezza delle effettive presenze, contrariamente a quanto previsto. Tutto questo per non parlare dei costi: trattandosi di un provvedimento “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”, la spesa necessaria per acquistare e installare i dispositivi di controllo biometrico nelle scuole, stimabile in circa cento milioni di euro, assottiglierà corrispondentemente le loro risorse ordinarie.

I dirigenti scolastici, Signor Presidente, sono i primi garanti di una quantità di diritti di rango primario: dal diritto allo studio, al diritto al lavoro, alla libertà di pensiero e di insegnamento, al diritto alla salute, solo per citarne alcuni. Si tratta di persone che, tra mille difficoltà, si impegnano ogni giorno per migliorare la qualità formativa delle scuole di ogni ordine e grado, creando così le premesse sostanziali di un’Italia più giusta e democratica, proiettata verso un futuro di sviluppo sostenibile ed un concreto benessere che si ispiri ai valori della solidarietà e del bene comune. A questi fedeli servitori dello Stato che, con un carico di responsabilità e di competenze che quasi non ha eguali nello scenario della pubblica amministrazione, si vuole ora imporre un controllo insensato e irragionevole, con un accanimento che non ha precedenti e con grave lesione della loro autorevolezza. I dirigenti che spesso appelliamo ancora “Presidi” si dividono ogni giorno tra una quantità di plessi, dislocati sovente a molti chilometri di distanza, per risolvere i problemi di studenti e famiglie, per incontrare i rappresentanti degli enti locali, per ottimizzare risorse inadeguate rispetto ai bisogni di un’utenza che chiede sempre più qualità e tutela, per prevenire le insidie di contesti degradati che continuamente richiedono la loro coraggiosa dedizione. Come Lei ha spesso ricordato, Signor Presidente, la scuola italiana ha bisogno di competenza, qualità, spirito di servizio, innovazione e cultura; non certo di accendere inutili conflitti o di screditare il prestigio di chi, da sempre, profonde impegno e professionalità ad esclusivo vantaggio dei cittadini. Faccio dunque appello alla Sua sempre premurosa attenzione per il rispetto della legittimità formale e sostanziale delle leggi, nonché per la salvaguardia dei valori e dell’autorevolezza che le nostre istituzioni sono chiamate ad incarnare, affinché la proposta di verifiche biometriche venga accantonata durante l’imminente passaggio nell’aula del Senato La ringrazio per l’attenzione e Le invio i miei più rispettosi saluti. Roma, 12 maggio 2019»

FARE L'insegnante n.6/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale di  Luciano Lelli  Direttore editoriale

1.Come è più che noto a tutti gli addetti ai lavori, la valutazione è impegno continuo (oggetto di studio e ricerca, preoccupazione, anche in non pochi casi ossessione) in ambito scolastico. Essa, per altro, è attività esercitata anche in svariati altri campi operativi: per esemplificazione mi riferisco alla valutazione, costantemente reperibile nei giornali, delle prestazioni dei calciatori (giudicate con voti numerici e giudizi verbali).

Nella scuola essa costituisce un processo ininterrotto di ampliamento/articolazione dei principi fondativi, delle metodologie di attuazione, della rilevanza funzionale ad essa attribuita: fino al vigente livello molto elevato di complessità al quale si è pervenuti, tale da non escludere l’alta opportunità di intervenire, da parte di tutti i corresponsabili della valutazione, per essenzializzarla, per far sì che essa sia valenza operativa imprescindibile, non formalistica, non troppo onerosa in fatto di concretizzazione, effettivamente capace di contribuire all’implementazione qualitativa del sistema scolastico nazionale.

2.È conoscenza diffusa che per un tempo assai espanso di funzionamento del sistema scolastico ha costantemente agito in egemonia, anzi in esclusività d’uso, la valutazione interna. Essa era (e ovviamente ancora è) responsabilità degli insegnanti erogatori del servizio formativo, circostanza che implica inevitabilmente qualche problematica di accettabilità funzionale, come sempre accade allorché chi dà corso a una prestazione è anche giudice inappellabile della pertinenza della stessa. Essa, per una molteplicità di decenni, ha avuto quali destinatari esclusivi gli allievi, essendo sorta di dogma che gli insegnanti,fossero gli esiti di apprendimento dei discenti di buona rilevanza o carenti, erano in ogni caso“al di sopra di ogni sospetto”.

Ancora, la valutazione interna tradizionale, della quale sto tratteggiando alcune caratteristiche, aveva tipologia prettamente individualistica (con diffusa natura impressionistica, cioè era alquanto condizionata dalle impressioni di superficie espresse dai docenti nella loro relazione didattica con gli allievi); nei casi di certo non infrequenti di rilevante professionalità degli insegnanti, essa operava in forma di intuizione, cioè a dire di percezione immediata delle specificità di apprendimento, senza ricorso a particolari strumentazioni di apprezzamento; derivava inoltre, nelle sue manifestazioni, da criteri nettamente soggettivi, spesso di non agevole intendimento da parte di studenti e loro genitori.

Essa costantemente si avvaleva di strumenti rilevativi codificati e raramente messi in discussione, strumenti che tuttora sostanziano la valutazione privilegiata da molti docenti (mi riferisco in specie alle cosiddette interrogazioni - termine che inevitabilmente rinvia a atteggiamenti inquisitori e quasi polizieschi - e ai compiti in classe, per generazioni e generazioni di studenti vere e proprie prove cruciali, da evitare quando la sottoposizione ad esse non era proprio imprescindibile, indispensabile per il proseguimento formale del percorso di istruzione).

Il tipo di valutazione qui schizzato nelle sue apparenze più evidenti subiva largamente l’influsso di due effetti, il Pigmalione (per il quale la previsione formulata dall’insegnante riguardo agli sviluppi formativi di un alunno ha un esplicito e diretto influsso sulla configurazione degli stessi e comunque sul giudizio concernente la loro caratura, “previsione che si avvera”) e l’effetto alone, definibile come condizionamento per incidenza del quale una considerazione parziale, di verso positivo o negativo, tende ad estendersi alla totalità delle manifestazioni di ogni soggetto.

Infine, quando la valutazione interna è protagonista indubitabile, nella maniera attuativa codificata e sedimentata da assai protratta durata, si dà quasi senza scampo una separatezza sostanziale tra la medesima e le azioni di insegnamento, intervenendo per lo più la stessa a posteriori, non per porre in discussione la pertinenza dell’insegnamento bensì per misurare se e come gli allievi hanno introiettato nelle loro menti lo stesso.

Con la messa in evidenza di alcune caratteristiche non all’impronta qualificanti della valutazione interna, non intendo comunque far opera di demonizzazione, come diffusamente accaduto diciamo all’incirca nell’ultimo quarto di secolo: in essa, infatti, non è difficile ravvisare anche valenze di buona, convincente caratura: l’incidenza nella sua caratterizzazione delle doti culturali dei docenti; la sua prossimità alle peculiarità espressive di ogni alunno, circostanza che ne fa anche sul versante emotivo una pratica“calda”, coinvolgente, rassicurativa, appunto per la vicinanza che essa consente tra docente e discenti; la sua adozione in modalità dinamica e flessibile; il pregio, già evidenziato, della sua tipologia di intervento in forma di intuizione (quando di tale attitudine di comprensione gli insegnanti sono adeguatamente dotati).

3. Nel lungo periodo in cui la valutazione interna l’ha fatta da padrona, perfino l’ipotesi di corredarla parzialmente con modalità di valutazione esterna suscitava un rifiuto indignato. Poi si è verificata una sorta di frana, di tsunami e la valutazione esterna è scesa impetuosamente in campo con piglio di invasione totalizzante: ecco, quindi, l’entrata in scena delle prove OCSE-Pisa, di quelle INVALSI, di altra matrice ancora, vogliose tutte di ritagliarsi uno spazio.

Siffatto ricorso a miriadi di valutatori esterni è proprio indispensabile, ha davvero apportato un miglioramento della funzione della scuola di tipo autenticamente innovativo? Non intendo intervenire in proposito con perentorietà: ma un margine di dubbio mi pare legittimato.

Quali sono i connotati con più immediatezza percepibili e con progressiva frequenza condivisi nelle pratiche della valutazione esterna? Essa ha configurazione quasi inevitabilmente comparativa, soddisfa a una sorta di concupiscenza della classificazione, mira a una standardizzazione delle modalità di controllo, nell’adesione fideistica alle quali, tra l’altro, non è irrilevante il rischio di banalizzazione. Essa, perlopiù, viene intesa come azione di natura oggettiva, diametralmente differenziata rispetto alla soggettività della valutazione interna. In tal modo caratterizzandola non si tiene però nel debito conto la circostanza, molto evidenziata dagli epistemologi del Novecento, che l’oggettività, come corrispondenza tra la realtà e la descrizione della stessa, è un mito nel quale pure si è confidato per secoli: in particolare nell’analisi degli apprendimenti scolastici l’oggettività sfugge inesorabilmente; nella migliore delle circostanze si può addivenire ad atteggiamenti adeguati di intersoggettività, sempre per altro esprimibili sotto il segno della ipoteticità, dell’eventualità, della probabilità.

La valutazione esterna, ancora, quasi senza scampo condizionata dagli strumenti con i quali essa viene agita, implica l’egemonia logica dell’«aut aut» (una risposta è o vera o falsa). Però, la pratica di una avvalorante e formativa cultura richiede che ci si comporti intellettualmente non escludendo il «vel» (cioè a dire ritenendo che una tesi possa essere congetturalmente anche vera e falsa in contemporanea, soprattutto nella sua natura di opinione) e neppure l’«et» (la eventualità che un discorso non sia ineluttabilmente oppositivo rispetto ad un altro ma che con lo stesso si possa efficacemente integrare per comprendere meglio la realtà). Ancora (ma i rilievi critici si potrebbero espandere ulteriormente) nella valutazione esterna è insidiosamente innestato il rischio di eterogenesi dei fini: ciò vuol dire che essa con forte propensione si può snaturare, trasformandosi da strumento per qualificare l’insegnamento alla subordinazione del medesimo alle sue invasive logiche.

4. Riservo una breve nota a questo punto - coerente con le idee fondanti dell’intera riflessione - alla proposta di una impostazione virtualmente pregnante ed equilibrata della problematica qui argomentata: un dimensionamento sobrio della valutazione, come consapevolezza concettuale ed operativa che è bene non sottostare passivamente alla sua pretesa di perentoria centralità, attivando una integrazione strutturale avveduta e controllata dei due versanti qui discussi della stessa, nei modi in cui tentano forse di porre in essere (con esiti però al momento ancora assai labilied evanescenti per quanto attiene alla vivificazione autentica del servizio scolastico) recenti disposizioni normative, il DPR n. 80/2013 e il Decreto Legislativo n. 62/2017. Ma, allo stato attuale dell’arte, vale a dire tenendo conto dell’accanimento generalmente riversato sulla valutazione scolastica, sono davvero evitabili fenomeni distorsivi quali l’eccessiva immanenza, il formalismo, il ritualismo, la costrizione istituzionale a una profusione esagerata di energie professionali nel giudizio delle prestazioni degli allievi e pure di se stessi in quanto docenti?

5. Proseguo la ricognizione facendo entrare in scena una avvertenza che ritengo fondamentale: la distinzione, concettuale e operativa, tra valutazione come controllo qualitativo e quantitativo degli apprendimenti (verifica, misurazione sono i termini con i quali essa è diffusamente designata) e come apprezzamento, manifestazione di giudizio. Per quanto concerne la prima declinazione essa risulta con pochi dubbi utile nella qualificazione della formazione, per la sua attitudine a fornire conoscenze atte a calibrare assiduamente al meglio la configurazione della formazione. Il secondo versante invece, che pure attrae e gratifica in certo senso legioni di insegnanti, non lo si può considerare sempre e senza discussione essenziale e indispensabile (sostenendo sommessamente la tesi appena delineata, sono ovviamente consapevole che nella vigente mentalità di gran parte degli operatori scolastici essa è congettura anche scandalosamente venata di paradossalità).

6. Metto adesso in rampa di lancio un’altra avvertenza che considero imprescindibile, la quale però fatica tuttora nel venire condivisa: la valutazione non dovrebbe mai pretendere di riferirsi alle personalità degli allievi, in maniera per dir così ontologica, esprimendo sui progetti di vita degli stessi previsioni categoriche e con facilità errate, sia di segno positivo che negativo, limitandosi rispettosamente e cautamente ad osservare prestazioni sempre contingenti, condizionate da una pluralità di fattori concomitanti quasi sempre fuor della conoscenza dei docenti valutatori, per lo più sfuggenti all’attitudine rivelativa della valutazione. In proposito può essere illuminativo un aneddoto relativo ad Albert Einstein scolaro di sette anni. È stato trovato un giudizio valutativo della sua maestra, che suona pressappoco così: “Albert è un bambino sempre distratto e con la testa tra le nuvole, poco interessato agli argomenti svolti a scuola. Non combinerà mai nulla di buono nella vita”.

7.Un accenno ritengo a questo punto non impertinente riservare a una modalità valutativa attualmente imperversante, quella delle prove di verifica. Esse sono ormai egemonicamente istituzionalizzate a legittimazione dei giudizi valutativi periodicamente previsti dalle norme. Si ottemperi pure a quanto al momento la legislazione richiede: ma è proprio necessario dare ad esse un peso sempre incombente e minaccioso, far percepire agli allievi che il loro stare a scuola dipende notevolmente dalla loro adeguatezza alle richieste delle prove di verifica, generare così anche effetti ansiogeni e di saturazione sia nei discenti che nei loro genitori (nonché negli insegnanti stessi)? Ad arricchimento, non reificazione polemica delle tipologie valutative al momento in auge, replico la convinzione che si dovrebbe avere buona coscienza del fatto che è qualificante il ricorso anche a una costante valutazione intuitiva, scevra da schematismi e da gabbie criteriali, intrecciata alla natura immediata e palese sia delle tipologie dell’insegnamento privilegiate che degli apprendimenti da esse indotti o almeno favoriti.

In chiusura: principio apicale al quale tutti i corresponsabili del sistema scolastico si dovrebbero attenere è che missione della scuola è l’insegnamento orientato alla formazione integrale delle persone che della scuola per diritto basilare si avvalgono, non già l’accertamento, con tratti in alcuni casi di maniacalità, degli apprendimenti probabilmente conseguiti. X

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